mercoledì, ottobre 01, 2014

YouTube Party #1 - Charlie mi ha morso il dito di nuovo


È appena uscito il nuovo numero di Diari di Cineclub, in cui si inaugura una mia rubrica, YouTube Party. La userò per analizzare i più popolari video non professionali presenti su Youtube con tutti gli strumenti offerti dalla critica cinematografica, sulla scia di ZenoBattaglia. Nel primo articolo, una recensione di Charlie mi ha morso il dito di nuovoPuoi scaricare Diari di Cineclub #21 cliccando sul tasto sottostante.


lunedì, settembre 29, 2014

Lovecraft Zero - L'Abisso è la realtà




È uscito Lovecraft Zero, il libro di traduzioni contemporanee dei racconti del Solitario di Providence, delle sue lettere e delle storie dei suoi epigoni o precursori (Chambers, Bloch, Long, Smith). Trovi tutte le informazioni ed un'anteprima scaricabile a questo link
Come antipasto, ecco la mia prefazione del volume.


L'abisso è la realtà

Durante la sua vita, Howard Phillips Lovecraft ebbe modo di vedere stampato un suo libro solo al termine del 1936: The shadow over Innsmouth, pubblicato da William L. Crawford, un appassionato fan dell’autore. Armato di buona volontà e di un minuscolo capitale preso in prestito al padre, l’improvvisato editore diede alle stampe quattrocento copie della novella, facendola illustrare dall’artista Frank Utpanel, il quale contribuì con quattro litografie realizzate in uno stile affine a quello di El Greco. Lovecraft apprezzò le illustrazioni, ma rimase disgustato dai molti errori di battitura presenti nel testo, dovuti all’arraffazzonata impaginazione di Crawford. Inoltre, per carenza di fondi, quest’ultimo riuscì a rilegare e mettere in commercio soltanto duecento copie delle quattrocento prodotte. Furono pubblicizzate su Weird Tales e su alcune riviste di letteratura amatoriale. Il prezzo di copertina era un dollaro. Le scarsissime vendite, spalmate peraltro in molti mesi, costrinsero Crawford a mandare al macero le copie non rilegate ed abbandonare il mondo dell’editoria. Qualche mese dopo la pubblicazione di The shadow over Innsmouth, Lovecraft fu consumato dal cancro: morì al Jane Brown Memorial Hospital dopo una breve ed agonizzante degenza. Seppure raccontata in estrema sintesi, quella appena descritta è l’intera carriera di Howard Phillips Lovecraft nell’ambito dell’editoria tradizionale. 
Settantasette anni dopo, il “solitario di Providence” è considerato il più grande scrittore horror del Novecento. La sua influenza è sconfinata ed ha lambito, in modo diretto o indiretto, tutti gli autori del suo genere, oltre a centinaia di scrittori dediti ad altri ambiti creativi. Esistono dozzine di case editrici interamente focalizzate sulla pubblicazione di derivazioni contemporanee dei testi lovecraftiani. Le sue storie brevi hanno generato centotrentadue film ed un numero non quantificabile di composizioni musicali, fumetti, giochi di ruolo, giochi da tavolo, videogame, musical, spettacoli teatrali, installazioni artistiche, dipinti e, addirittura, morbidosi peluche, nonché una religione, una manciata di sette esoteriche ed una tradizione stregonesca basate sulla “sapienza occulta” dei testi lovecraftiani. L’immaginario fantastico contemporaneo porta le sue tentacolari tracce in modo così prominente da spingere lo scrittore Fritz Leiber a considerarlo un analogo di Copernico.
Restringiamo il campo alla sola scrittura: Lovecraft ha contribuito a caratterizzare e, in veste di critico letterario, definire il genere weird (termine intraducibile in questa specifica accezione, la cui migliore trasposizione è “orrore cosmico”). Questa tipologia si fonda su un’originale mescolanza di elementi fantascientifici, fantastici e sinistri in un universo narrativo altamente contagioso, teso ad annichilire per la sua vastità ed il suo mistero sublime e, nel contempo, sfumare la distinzione tra realtà e letteratura. Per questa sua caratteristica, potrebbe anche essere definito “realismo occultistico”, in opposizione a quello “magico”.
Tra i temi ricorrenti della produzione weird di Lovecraft, troviamo i grimori maledetti e la sapienza proibita; un pantheon alieno di pseudo-divinità fredde, vaste ed indifferenti alle sorti dell’umanità; un affetto nostalgico per l’architettura ed il paesaggio del New England; uno strisciante orrore per la mescolanza razziale e per l’atavismo, con un piglio lombrosiano che oggi lascia basiti molti lettori (evidentemente ignari del contesto culturale e scientifico in cui operava HPL). Tutti questi elementi sono rilevanti, a nostro giudizio, solo a livello superficiale o cosmetico: la più radicale innovazione di Lovecraft si trova nello sfondo filosofico che soggiace al suo intero universo narrativo.
Sia nell’arte che nella vita privata, l’autore propugnava fieramente il suo “indifferentismo cosmico”, ovvero una sorta di estremismo materialista, nichilista ed ateo che lo porterà ad abbracciare la scienza come unico faro per illuminare “l’oscurità del mero essere”. A differenza dei positivisti, Lovecraft è pessimista: secondo lui, il sapere scientifico può soltanto deludere i nostri sogni di grandeur, rivelandoci il nostro ruolo insignificante nell’universo (o, per meglio dire, la mancanza di un ruolo), mentre, in parallelo, oblitera le nostre stampelle ideologiche ed i nostri affetti culturali. Nelle sue storie, questa dinamica fa sì che non ci sia alcuna necessità di un conflitto morale né di una tradizionale minaccia soprannaturale: non c’è alcun bisogno del Diavolo, quando il mero svelamento della realtà dell’universo è sufficiente a farci impazzire. Il nemico è la realtà. L’abisso è la realtà.
La traslazione di questa prospettiva in ambito politico, e del suo porsi al di là del bene e del male, si sostanzia in un gelido appoggio ad un socialismo tecnocratico ed autoritario, il cui scopo finale non è la felicità o il benessere dei singoli, ma la preservazione e lo sviluppo della civiltà in quanto tale. 
Ultimo elemento cruciale in questa rapida panoramica sul pensiero di Lovecraft è il ruolo del sogno: come scrive lo studioso Erik Davis, «la visione letteraria dell’autore è anche amplificata dai sogni vividi, perturbanti e dettagliati di cui è costellata la sua vita. Sono stati un’influenza cruciale sulla sua scrittura, e possono essere intesi come un supplemento fantasmatico al naturalismo riduzionista della sua weltanschauung: hanno offerto alla sua opera un bizzarro dinamismo che contribuisce a spiegare la sua perdurante capacità di stimolare il pensiero, l’immaginazione e la creazione culturale».
I libri, i sogni e l’abisso: l’intera vita ed arte di Lovecraft è contenuta nelle geometrie che legano questi strani attrattori.


domenica, settembre 28, 2014

Consigli per gli acquisti - The Hermit Seeks The Stillness


Il nuovo album di Dirty Knobs, fenomenale tour de force dark ambient lungo 12 ore. Disponibile per un'offerta libera superiore ad un dollaro.
Parole dell'autore: «These songs are meant to be…not background music exactly. But something to change the environment around the listener. A sort of sideways transportation to artificially slow time, just as those moments of stillness are ultimately artificial. These songs are not meant to capture those moments, but to instead provide a space for those moments to be captured.»

Rassegna Stampa - Cronache Bizantine parla di "Domani"

Cronache Bizantine ha postato una recensione di Domani - Cronaca del contagio. Ecco un assaggio:
La progressione, dalla scoperta dei primi zombie al virulento diffondersi dell'infezione segue in tal senso una progressione geometrica: sono dapprima una decina, poi cento, infine migliaia. Raramente ho incontrato un romanzo che sia pianificato così esponenzialmente: più si va avanti, più le sfide che incontra il protagonista si elevano alla seconda, alla quarta, alla decima.
L'analisi completa a questo link.

mercoledì, settembre 10, 2014

La questione del referendum


La questione del referendum
di Charles Stross

«La Scozia dovrebbe essere una nazione indipendente?»
Ho votato per posta. Ho già espresso il mio “sì”.
Il motivo di questa scelta, però, potrebbe risultare inusuale ai più…
Lasciamo perdere tutte le argomentazioni a breve termine avanzate da entrambe le fazioni: quale valuta userà la Scozia? Quali saranno i vantaggi e gli svantaggi? Quale sarà la politica di difesa scozzese dopo l’indipendenza? Monarchia o repubblica? Quale passaporto useremo? …e via dicendo. Tutto ciò si risolverà in tempi ridotti, al massimo nel giro di una generazione.
Dico sul serio: il 95% della discussione politica sul referendum, sia a livello mediatico che popolare, si è focalizzata su problemi a breve termine, faccende risolvibili in un modo o nell’altro nei successivi giorni o mesi (o, talvolta, mesi o anni). Nell’aria, aleggia una grandiosa dose di PID: Paura, Incertezza & Dubbi. Molti sembrano convinti che, se il 18 settembre la Scozia scegliesse l’indipendenza, il 19 sarà loro strappata la cittadinanza britannica, spunteranno milizie armate sulle autostrade di confine e la Regina sarà rimossa dal trono a calci entro la fine del mese. Inutile specificare che non accadrà nulla del genere.
Nella mia scelta per il referendum, ho ragionato soprattutto a lungo termine.
In questa ampia prospettiva, preferirei un’Europa - anzi, un mondo - composto da stati molto più piccoli di quelli attuali. Non soltanto preferirei un Regno Unito ridotto, ma anche degli Stati Uniti, India e Cina accorciati. Facciamo a pezzetti il sistema westfaliano. Viviamo in un mondo dominato da due tipi di entità collettive; gli stati nazionali (con confini pattuiti ed obblighi dovuti ai trattati stipulati dopo la guerra dei trent’anni) e le entità corporative transnazionali (le quali ingrassano in una cornice di libero scambio offerto dai succitati trattati, tessuto connettivo degli stati westfaliani).
Credo che lo stato nazionale westfaliano non solo abbia dimostrato la sua obsolescenza: sta cadendo a pezzi, è sull’orlo di un collasso catastrofico. Il mondo di oggi è molto più piccolo di quello del 1648; l’intero pianeta, in termini di viaggio, si è ridotto a proporzioni analoghe a quelle dei paesi del Regno Unito. Nel 1648, viaggiare dal sud della Scozia (da, per esempio, Berwick-Upon-Tweed) fino al remoto nord-est avrebbe richiesto, come minimo, un paio di settimane per mare; percorrere la stessa distanza per terra avrebbe implicato un difficile viaggio per migliaia di miglia tra montagne, paludi e boschi, sia a piedi che in groppa ad un cavallo. Oggi, si può percorrere la stessa tratta in un paio di rumorose ore su un aereo di linea. La distanza è implosa tutt’intorno a noi.
In molti sensi, la definizione di uno stato westfaliano (ovvero uno stato capace di controllare il territorio entro i suoi confini) era un effetto collaterale della distanza: un esercito straniero non avrebbe potuto attraversare i suoi territori senza temere rappresaglie.
Oggi le nostre nazioni non soltanto hanno subito una strana implosione geografica, a partire dal diciassettesimo secolo, ma la loro popolazione è esplosa. I cittadini delle colonie americane nel 1790 sono stimati in circa 2,7 milioni; oggi gli Stati Uniti ne contano più di 300 milioni. Nel 1780, l’Inghilterra ed il Galles avevano circa 7,5 milioni di abitanti; ora siamo a 57 milioni. Quindi, abbiamo delle popolazioni incrementate di uno o due ordini di grandezza, unite ad un decremento nei tempi di viaggio di due o tre ordini di grandezza… e forse un decremento dai tre ai cinque ordini di grandezza nella latenza delle comunicazioni.
In questi anni, gli effetti collaterali di questo problema sono evidenti in tutti gli aspetti della vita sociale. Gli stati westfaliani non riescono, in larga parte, a controllare il proprio territorio, ovvero tenere gli stranieri (intesi come soldati, e non singoli migranti) fuori dai propri confini; per dimostrarlo, è sufficiente constatare l’agghiacciante situazione dell’odierna Ucraina. Gli attori non statali hanno ora un ruolo sempre più prominente nell’imporci le nostre condizioni economiche. Inoltre, sono convinto che, oggigiorno, accada qualcosa di orribilmente storto alle democrazie rappresentative che superano una popolazione di 5-15 milioni di cittadini: la responsabilità diretta dei politici svanisce e ci troviamo in quella che ho definito una “dittatura beige” (NdT un analogo italiano di questo concetto è il passaggio Monti-Letta-Renzi (oppure il “pilota automatico” di Draghi), mentre uno USA è il famoso discorso sull’America come un’aquila con due ali, entrambe destre). Il beige non è nemmeno il peggior colore: alcuni politici non beige sono addirittura più allarmanti, come Nigel Farage o Marine LePen. Tuttavia, il loro successo popolare è sintomo di un fallimento istituzionale, un deficit nella rappresentanza: molti elettori si sentono così alienati dei governi beige che preferiscono votare per le camicie brune. 
La mia sensazione è che degli stati molto più piccoli possano servirci meglio, se operano all’interno di una struttura di trattati oppure in una confederazione sufficientemente lasca. Gli stati così ridimensionati potrebbero badare alle problematiche locali, e, nel contempo, compartimentalizzare le modalità di fallimento: un potere imperiale che si sbriciola causerà quasi sempre una catastrofe maggiore della dissoluzione di uno staterello (compariamo, ad esempio, la disintegrazione dell’URSS con quella della Cecoslovacchia).
Piuttosto che enormi stati monolitici, governati da elite distanti dai loro cittadini, e che, quindi, basano le loro direttive politiche sui desiderata dei lobbisti piuttosto che quelli degli elettori, preferirei organizzazioni vincolate da trattati, analoghe alla UE o alla NATO, emerse da un consenso generale prodotto dal pubblico dibattito di entità più piccole, i cui rappresentanti sono veramente tenuti a rispondere delle loro scelte agli elettori (chiamatemi un utopista, se volete).
Sì, questo tipo di argomenti sono validi anche per sostenere la scissione del Galles, dell’Inghilterra settentrionale e della stessa Londra. L’indipendenza scozzese è soltanto il primo passo.
Un appunto finale: che dire dell’internazionalismo di sinistra? Dopotutto, il nazionalismo non era nemico della classe operaia? Ovvero, se partiamo dal presupposto che chiunque, fuori dallo 0,1% della popolazione, è parte della classe operaia (nel senso che deve lavorare per vivere), il nemico di tutti noi?
Ebbene, sì, è proprio così. Eppure, il genere di nazionalismo che ha scatenato la Grande Guerra è ormai morto è sepolto (ai fini di quest’analisi, considereremo la Seconda Guerra Mondiale come un riattizzarsi dello scontro iniziato nel 1914, dopo che i combattenti ebbero modo di produrre una nuova generazione di carne da cannone). È morto proprio come lo sono gli stati westfaliani, nazioni in grado di difendere la propria integrità territoriale, perché passare dall’una all’altra avrebbe richiesto giorni o settimane in treno o in vaporetto, ed invaderne una avrebbe richiesto giorni o settimane di marcia da parte di intere divisioni di fanteria.
Ormai, la classe operaia non è più un’entità chiaramente delineata, i cui componenti condividono un forte senso di solidarietà: dov’è la solidarietà tra un avvocato ed uno spazzino, tra un infermiere ed un progettista di robot? Sì, il capitalismo e la crisi del capitalismo sono ancora tra noi, ma la perdurante ricomplicazione del mondo rende i tradizionali movimenti di massa una questione d’importanza opinabile. Abbiamo bisogno di strutture migliori, è vero, ma non credo che possano emergere da uno stato monolitico, territorialmente egemonico, convinto che il suo ruolo nel mondo sia meglio protetto dalla costruzione di portaerei sempre più grosse.
La capacità offensiva non accresce la stabilità esterna, come gli ultimi dieci anni in Iraq hanno dimostrato senza ombra di dubbio. Abbiamo bisogno di consenso, ed abbiamo bisogno di una più fine granularità nella decisione politica. Per ottenere questi due risultati, quindi, ci servono degli stati nazionali più piccoli.


Nessuna granularità per le megacorp westfaliane
Dopo il testo originale, qualche mio appunto all’articolo di Stross:

Nonostante buona parte dei problemi discussi da Stross siano importanti (uno tra tutti, la cosiddetta “dittatura beige”), e la riconfigurazione degli stati non sia un tabù, credo che uno o due passaggi da lui messi a tema debbano essere approfonditi. 

1) Prima di tutto, e questo tema è stato immediatamente evidenziato nella discussione che è seguita alla pubblicazione del pezzo, Stross pare sottovalutare il ruolo dei cosiddetti “attori non statali”. È una mera faccenda di rapporti di forza: che fare quando la Nestlé, l’FMI o un singolo hedge fund sarà più ricco e forte di ogni singolo stato europeo (ridimensionato)? Chi gli impedirà di comprarsi un proprio esercito, ad esempio? Uno scenario del genere, tra l’altro, è il classico panorama cyberpunk, in cui i gruppi privati  (le megacorp) detengono un potere smisurato in confronto a quello degli stati, il quale sostanzialmente svanisce. Finora, gli stati mantengono un ruolo prominente sui gruppi privati anche perché, mentre i secondi detengono il potere del denaro, è pur vero che i primi detengono il potere del ti-sparo-una-pallottola-in-faccia. E, come dicono i saggi, quando un uomo con un portafoglio incontra un uomo con un fucile, il primo è un uomo morto. La questione è, naturalmente, più complessa ed ambigua di come la sto esponendo, ma mi pare che la schematizzazione sia calzante per evidenziare gli snodi problematici del discorso.
Credo che, se si vuole limitare lo strapotere degli “spiriti animali” del capitalismo, gli stati debbano essere rafforzati e non indeboliti (ovvero, il tanto vituperato “primato della politica” sull’economia). Per ottenere questo risultato è necessario il consenso, ma è anche vero che, nella nostra monocultura, il consenso si compra e si vende, per cui gli strumenti che ci servono sono saldamente nelle mani dei nostri avversari.
Stross pare d’accordo sul discorso del primato della politica, ed accenna al problema posto dagli attori non statali (nell’articolo e nella discussione successiva): la soluzione proposta è un network di trattati o una “confederazione lasca” che possa far pesare le sue decisioni per il bene pubblico sugli interessi privati. Purtroppo, organismi del genere già esistono (la UE, ad esempio) e sono il caso più feroce di “dittatura beige” presente sul pianeta: non hanno alcun legame con la propria base elettorale e nessun tipo di accountability. Ovvero, spezzettare il sistema di Westfalia per sfuggire alla dittatura beige ci potrebbe far finire in una più grande, e più assoluta (nel senso di “sciolta da vincoli”), dittatura beige. Perché una linea politica sovranista possa dirsi sensata, dovrebbe prima di tutto sbrogliare questa matassa, e farlo in modo pragmatico, valutando i rapporti di forza in atto. Finora, chi si è occupato della materia l’ha fatto in senso puramente astratto ed, infine, velleitario (ad esempio, l’attuale posizione della sinistra, e pare anche di Stross, riguardo a questo tema è: «Banalità! È sufficiente trasformare la UE in un’entità democratica, illuminata e meravigliosa, in cui tutti i popoli si abbraccino in un orgasmo universale!»). Senza una soluzione per questi problemi, il sovranismo non ha, per me, alcun interesse: è un mero nazionalismo in sedicesimo. Quindi, riassumendo: se si spezzetta il sistema di Westfalia per consentire una maggiore granularità politica SENZA implementare una confederazione, si finisce nello scenario cyberpunk più estremo. Se lo si fa CON una confederazione, si aggrava il problema della dittatura beige. La soluzione, come pare ovvio, sarebbe modulare una confederazione in modo radicalmente diverso da quelle del passato e del presente, ma per ora non c’è alcun modo realistico per farlo; inoltre, rimane il dubbio che, date le attuali contingenze storiche, sia impossibile farlo anche soltanto a livello teorico.

2) Stross dà per scontato due cose che scontate non sono affatto: prima di tutto, che il nazionalismo old-school sia morto e sepolto; in secondo luogo, che la classe operaia sia composta da chiunque debba lavorare per vivere (ovvero, estende questo concetto fino a coprire tutta la popolazione, salvo una manciata di rentier). Lascio stare questo secondo punto, perché Stross l’ha affrontato in maniera articolata in altri pezzi e mi porterebbe enormemente off topic.
Sulla questione del nazionalismo: la storia non procede baldanzosamente in avanti in un progresso dalle magnifiche sorti e progressive. Niente muore mai. Un preciso equilibrio alchemico di fattori sociali raccapriccianti è sufficiente a resuscitare qualsiasi incubo storico del passato. I partiti nazisti o fascisti che stanno prendendo piede in questi anni, come Pravy Sektor in Ucraina o Alba Dorata in Grecia, sono esempi del nazionalismo old-school che Stross dà per morto. «Non è morto ciò che in eterno può attendere», diceva un certo tomo nefando.

Aggiornamento 23:19 - il pezzo è stato ripreso da Megachip.